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martedì 13 marzo 2018

La falsa eguaglianza tra moneta-merce e Fiat System




"Miti dell'inflazione: la falsa eguaglianza tra moneta-merce e Fiat System", quarto capitolo del libro "Il Complotto del Fruttivendolo" di Daniele Pace

Nell'affrontare questo argomento occorre innanzitutto fare un premessa di precisazione sull'attuale concepimento del Fiat System da parte di chi ne detiene il potere: il sistema bancario.
Nonostante il Fiat System sia basato su una struttura fiduciaria dal valore nominale, il sistema bancario continua a pensare, questo tipo di moneta in relazione all'inflazione, come se si trattasse di una moneta merce di stile medioevale, basato sul valore intrinseco, alimentando in questo modo tra gli economisti, la credenza che la moneta possa inflazionarsi in dipendenza della sua quantità. Il valore intrinseco dell'oro dei secoli passati oggi è sostituito dalla fiducia che a detta del governatore Draghi [1] reggerebbe il valore del denaro. In questo specifico la problematica è ancora diversa rispetto a quanto trattato nel capitolo precedente. [2]

Fino a poco tempo fa si poteva leggere sul sito della Banca d'Italia come in passato l'erosione del metallo prezioso nelle monete metalliche al fine di lucro incidesse sull'inflazione, diminuendo il valore di ogni singolo conio. Oggi questa errata interpretazione dell'inflazione dovuta all'erosione del metallo viene sempre meno “pubblicizzata”, tanto da essere sparita dai siti di molti istituti di credito ufficiali.
Questo esempio dell'erosione del metallo in relazione all'inflazione, molto in voga prima della crisi, tendeva certamente ad alimentare la confusione tra il valore di una valuta e l'indice dei prezzi al consumo, e a giustificare l'esistenza di un ente centrale predisposto al controllo ferreo dell'inflazione in stile Deutsche Bundesbank.

In realtà nelle ricostruzioni storiche riportate in numerosi testi, tra cui il mio La Moneta dell'Utopia, si evidenzia come la moneta nel passato fosse stata emessa nel suo valore seguendo due criteri distinti, l'uno che avesse un valore nominale, e l'altro che avesse un valore intrinseco.
La prima moneta era la numisma aristotelica, in cui il valore veniva deciso per legge e reso di molte volte superiore a quello intrinseco, in modo che non fosse il metallo a determinarlo, ma la legge dello stato.
La seconda moneta era invece la moneta-merce largamente usata quando il concetto di numisma fu dimenticato e il valore del conio era stabilito dal peso stesso del metallo. Queste furono le prime monete di concetto orientale, utilizzate in Occidente fino alle varie riforme basate sul concetto aristotelico di misura del valore, mutuato a Roma per lungo tempo ed abbandonato con la caduta dell'Impero. A questo proposito molto si è detto circa la responsabilità che ebbero gli imperatori nel diminuire il contenuto metallico delle loro moneta, ma in realtà, essendo queste di valore stabilito per legge, la diminuzione quantitativa del metallo non aveva nessun impatto sul conio, e tanto più sull'inflazione che non ha legami con la massa monetaria. Il reale problema monetario del tardo impero fu un'autentica rarefazione monetaria e non la diminuzione del metallo contenuto.

Gli economisti oggi non hanno ancora saputo dare una definizione di denaro ma solo stabilirne le caratteristiche. Le definizioni invece sono molto differenti fra loro a seconda della corrente economica di riferimento, seppur l'introduzione dell'euro avrebbe dovuto fornire indicazioni valide per definire la reale natura della moneta. Gli economisti invece sembrano bloccati su concetti che non tengono conto degli aspetti sociali e giuridici che il denaro moderno comporta, aspetti molto ben approfonditi invece dal professor Auriti dell'Università di Teramo.
L'introduzione dell'Euro, per mezzo di una legge, non ha affatto stimolato gli accademici delle facoltà di economia, chiusi nei loro principi economici influenzati dalla letteratura anglosassone che per sua natura non può, nel caso dell'economia, includere concetti sociali e giuridici in questi studi.
Così la comprensione del denaro moderno, quello che gli economisti vorrebbero capace di inflazionarsi con l'aumentare della massa monetaria, è rimasta a concetti pensati durante i regimi di Gold Standard e moneta merce, escludendo quindi la moneta convenzione stabilita per legge, la stessa legge che con un colpo di penna ha visto nascere la moneta unica. La giurisprudenza ha stabilito, ma in questo caso è più appropriato dire imposto, la moneta convenzione Euro.
La domanda da porsi è: può una convenzione inflazionarsi ?
Qual è la differenza tra la moneta numisma dell'antichità, quella aurea dei secoli seguenti, e l'odierna moneta Fiat fiduciaria, e quale la sua relazione con l'inflazione ?

Possiamo dire che la moneta numisma e la moneta Fiat moderna sono create per legge, senza nessuna relazione con il materiale che ne raffigura il simbolo, mentre la moneta-merce aurea aveva un comportamento assolutamente eguale ad una qualsiasi merce con valore fluttuante.
Mentre nella moneta numisma il metallo era solo il supporto per rappresentare il valore, come lo è la carta e il numero digitale del computer nella moderna moneta Fiat, in quella aurea il metallo era il valore intrinseco della moneta. Quindi solo questa può essere considerata come una merce, mentre le altre due sono monete stabilite nel valore dalla legge che crea una convenzione. La convenzione giuridica non può essere soggetta ad inflazione e l'errore fondamentale degli economisti, passati e odierni, è stato quello di definire la moneta come merce, così come oggi continua a discuterne il sistema bancario. Questo sia nel caso dell'inflazione che in quello del prestito ad interessi.
Ma come oramai svelato con l'introduzione del sistema Fiat, e come esposto due millenni fa da Aristotele, la moneta non può essere una merce, ma solo una convenzione da regolare per legge, la nomos aristotelica perfezionata nel pensiero da Giacinto Auriti. [3]
Ecco allora che l'errore fondamentale nell'approccio alla moneta viene ancora oggi perpetrato nell'utilizzare in primo luogo modelli economici pensati durante il Gold Standard, oggi superati da un nuovo modello monetario, e in secondo luogo dal trattare di moneta come se fosse una merce e non una convenzione sociale il cui valore e la cui creazione vengono stabilite per legge.

Il denaro non può essere una merce anche se vi sono delle somiglianze di forma. In quanto alla sostanza, ma in particolare la sua creazione, vi sono meccanismi e processi non solo diversi, ma anche appartenenti a sfere che nulla hanno a che vedere tra loro.
Le somiglianze di forma si trovano nella possibilità di scambio, nella misurazione di un valore e in un valore d'uso, ma la creazione della merce e quella del denaro seguono e nascono in processi, l'uno materiale, l'altro spirituale, tra loro non associabili.
La merce è un bene economico naturale o lavorato, scambiabile con altra merce, che ha necessità di un ciclo economico relazionato ad un tempo ed un lavoro reali di produzione e di un valore d'uso.
Anche i beni naturali hanno bisogno di tempo e di risorse. Il legno ad esempio ha bisogno della crescita dell'albero e dell'assimilazione dei nutrienti, forza lavoro ed energia naturale. Il petrolio di processi chimici e tempi geologicamente ampi. Qualsiasi bene materiale prodotto dall'uomo necessita di un ciclo produttivo egualmente ai cicli naturali della terra.
Il denaro al contrario, è sì scambiabile con merce e possiede un valore d'uso essendo un mezzo di scambio, ma non ha bisogno di cicli economici che impieghino tempo e lavoro in quanto esso è tempo, spirito e convenzione. Ha valore non come necessità primaria umana e non come espressione del lavoro umano, ma come espressione della convenzione sociale, che non richiede “manodopera” ma regola giuridica. Il denaro non può essere una merce in quanto manca di acquisire il valore nell'uso specifico che caratterizza un bene. Esso ha un potere d'acquisto, che è il suo valore d'uso, nella previsione temporale del suo utilizzo come mezzo di scambio e misura del valore dello scambio. Ma esso è convenzione in quanto non è l'elemento materiale a conferire valore, ma la convenzione sociale, l'accordo tra parti, oggi imposto per legge, che esso abbia quel valore. Per esistere oggi, come lo fu nei tempi della numisma, ha bisogno solo della convenzione sociale, imposta o consensuale. Carta ed inchiostro, quindi spirito e giurisprudenza. Il materiale che rappresenta il valore non ha nessuna importanza, e quindi il ciclo economico da cui deriva, quando sussiste la convenzione, tanto che oggi il denaro è rappresentato per il 90 per cento, da scritture contabili computerizzate immateriali.
Si tratta quindi di un accordo sociale di creazione di un valore nel tempo, stabile e condiviso, che abbia una funzione strumentale, creato dallo spirito umano, dalla mente creativa, per cui nascita è sufficiente la legge. Non vi è un ciclo economico, non vi è materia o lavoro.

La differenza con la merce nel processo di creazione del denaro è evidente. Questo pur avendo un uso utilitaristico nello scambio, non ha il consumo/godimento “classico” vero e proprio della merce. Una convenzione sociale imposta o consensuale, creata dalla mente e/o dalla legge non può inflazionarsi in nessun modo e il suo valore viene stabilito arbitrariamente e non secondo presunte “leggi naturali”.
Infatti il suo comportamento nella circolazione è completamente diverso da qualsiasi altra merce. [4]
L'economia moderna vorrebbe una relazione tra quantità di moneta e inflazione, apparentemente come nel caso di un'erosione del metallo, non a caso facendone prima riferimento anche nel sito della Banca d'Italia. Oggi questo riferimento è scomparso ma ne resta una sorta di traccia quando si tenta di legare la moneta convenzione moderna all'inflazione.
Un biglietto di carta o una scrittura digitale tuttavia non possono diminuire il loro valore essendo questo convenzionalmente scritto. Possono certamente acquistare meno beni rispetto al passato, ma in conseguenza dell'aumento dei prezzi e non alla diminuzione del loro valore, che resta fisso.
Questo valore fisso sarà evidenziato nel proseguo di questo lavoro con la dissertazione sull'equazione di Fisher in cui si vorrebbe dimostrare una relazione tra inflazione e massa monetaria [5]. Per il momento è sufficiente rompere il legame diretto e causale tra l'aumento della massa monetaria e inflazione che l'equazione vorrebbe dimostrare e che la convenzione imposta dallo stato già smentisce essendo essa invariabile.
Il denaro infatti in passato veniva accettato come consuetudine, definita poi come valore giuridico indotto dal professor Auriti [3], che lo stato converte in convenzione per mezzo della legge. Una volta accordato che una singola banconota, ed oggi un numero digitale, ha un determinato valore X, questo non può modificarsi perché la somma delle banconote, o dei numeri digitali, varia. Questa sarà necessariamente la somma dei valori X, che restano costanti in quanto il valore di una banconota, che resta un certificato legale a tutti gli effetti, non è variabile, così come il numero digitale del computer con il quale si eroga il credito bancario, ovvero la promessa a richiesta di liquidità nella stessa specie monetaria da parte della banca.



[1] Archivio della Banca d'Italia, La cultura della stabilità monetaria dall’Unità a oggi. Intervento di Mario Draghi, 4 aprile 2001 (http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/draghi-040411/Inaugurazione_Mostra_04_04_2001.pdf )
[2] Inflazione dei prezzi e svalutazione monetaria, pag. 14
[3] Il paese dell'utopia, Giacinto Auriti, PDF gratuito, (http://www.signoraggio.com/auriti/ilpaesedellutopia_auriti.pdf )
[4] Preesistenza di V e T nello scambio: Riserva di Valore e circolazione, pag. 64
[5] TERZA PARTE, pag 41

lunedì 14 marzo 2016

Woergl 1931: la moneta di popolo che vinse la finanza




Il Sindaco dal nome impronunciabile si trovava nella stessa identica situazione i cui si trovano i sindaci italiani e gli amministratori pubblici nei giorni nostri: incapaci di far ripartire l’economia locale e impossibilitati a garantire quei servizi che ogni ente locale è obbligato per legge a erogare. Qui il Sindaco, che doveva sicuramente essere uno studioso e un ammiratore dell’economista “eretico” Silvio Gesell, introdusse un mezzo di scambio locale per provare a incentivare il lavoro.
Guerra-finanziaria
La crisi planetaria ha oramai messo in ginocchio l’Europa, la morsa finanziaria miete vittime ogni giorno che passa, il cieco delirio tecnocratico non da il minimo cenno di redenzione, i sacerdoti della moneta unica sacrificano sull’altare della troika i popoli europei imponendo la dura legge dell’austerità. Le immagini che abbiamo visto in Grecia, in Spagna, in Francia e ora timidamente anche in Italia sono inequivocabili: studenti, lavoratori, professori, imprenditori, professionisti e cassaintegrati non rimangono inerti di fronte alla distruzione dello stato sociale, manifestano e chiedono lavoro, servizi essenziali e assistenza sanitaria: in poche parole reclamano il loro diritto alla sopravvivenza e al futuro.
In Italia nonostante le fandonie e le colossali bufale sulla luce che si vede in fondo al tunnel (tutti ormai sono convinti che sia quella del treno che ci viene incontro e non quella del sole) sempre più persone perdono la propria casa, il proprio lavoro, l’assistenza ai disabili, agli anziani, il servizio dei nidi e delle scuole dell’infanzia. Nonostante il regime di dura repressione fiscale, i tagli alla spesa pubblica e tutte le misure da macelleria sociale portate avanti indistintamente da Mario Goldman Monti, Enrico Lecca Lecca e Matteo l’Etruriano, il debito pubblico viaggia spedito verso quota 2300 miliardi, anche grazie alle manovre finanziarie dell’altro cameriere della Goldman, Mario Draghi. La tv e la stampa di regime evitano (un po’ per palese incompetenza, un po’ per asservita riverenza) di indagare sulla fine che fanno i soldi estorti agli italiani e quelli non spesi dalle pubbliche amministrazioni.
Sembra davverp che non ci sia alcuna speranza per le comunità cittadine, lo stradominio €urocratico è in grado di controllare e mettere sotto le proprie catene l’economia, la politica, il territorio e la cultura. Quando si affrontano questioni così difficili e apparentemente irrisolvibili, l’essere umano comincia a ingegnarsi per trovare soluzioni, spesso attingendo dall’infinito bagaglio delle esperienze passate che rimane sempre a disposizione. Ad esempio, durante la grande depressione del ’29 (che secondo alcuni analisti sarà ampiamente superata dalla crisi dei giorni nostri) ci fu un piccolo centro del Tirolo austriaco che diede vita ad un esperimento singolare, egregiamente raccontato daMaurizio Blondet nel libro “Schiavi delle Banche”. Proviamo a leggerne uno stralcio:
“Nel 1931, Woergl – una cittadina del Tirolo – contava 4500 abitanti; e, fra i 2000 adulti 1500 disoccupati. Infuriava la Grande Depressione con il suo gelido corollario: la deflazione. Le aziende avevano chiuso, fallite. Il denaro non circolava; anzi era sparito, la crisi suggerendo a chi ne aveva sotto il materasso (nella deflazione i tassi d’interesse sono troppo bassi per invogliare anche i depositi bancari). Insomma l’economia era congelata. Il paesello affondava nella miseria. Il Comune era formalmente in bancarotta perché non riceveva più le imposte e i tributi locali e non era in grado di pagare i suoi impiegati.
Fu allora che il Sindaco – si introduce qui di quest’eroe qualunque: Michael Unterguggenberger – decise di battere la sua propria moneta. Era stato un sindacalista, socialdemocratico e antimarxista. Voleva aiutare i suoi disoccupati,voleva mettere dei soldi nelle tasche dei suoi cittadini, perché costoro ricominciassero a pagare le tasse. Era una moneta del tutto speciale: moneta deperibile.”
Per capirne il funzionamento continuiamo a leggere da Blondet:
“Per tenerla in corso, chi possedeva una di quelle banconote doveva apporvi ogni mese un bollo, che costava l’1% del valore facciale della moneta. Il taglio da dieci scellini (ma l’emissione comprendeva tagli da uno a cinque scellini) esigeva un bollo mensile di 0,1 scellini. Di fatto quella moneta perdeva ogni anno il 12 % del suo valore. Herr Unterguggenberger la chiamò banconota del lavoro. L’ammontare della nuova emissione era pari a 32.000 scellini dell’epoca, pari a circa 4500 dollari di allora. Una cifra ragguardevole per un piccolo paese, e infatti risultò presto in eccesso in proporzione alle necessità di Woergl. Saggiamente, il Sindaco scongiurò l’inflazione che avrebbe potuto seguire l’eccesso di emissione ritirando parte delle banconote; gradatamente, solo 1/3 delle monete deperibili rimase in circolazione.
L’emissione era coperta alla pari: una somma uguale di veri scellini era depositata dal Comune nella locale banca di risparmio. In ogni momento, ogni detentore di banconote del lavoro (moneta deperibile) avrebbe potuto presentarle all’incasso e riscuotere scellini. Ma fu stabilito che, per questa operazione, la banca avrebbe riscosso un aggio di servizio del 2%. Poiché il costo di detenzione della moneta deperibile, l’1% era solo la metà del costo del suo cambio di scellini, di fatto nessuno portò mai all’incasso la nuova moneta.
Tutti gli impiegati del Comune, compreso il Sindaco, dal luglio 1932 cominciarono a ricevere metà del loro stipendio in moneta deperibile. Gli operai che lavoravano per il locale comitato di soccorso disoccupati (ed erano impiegati dal Comune in piccole opere pubbliche) ricevevano invece integralmente il loro salario nel denaro comunale.

Woergl money

A tutta prima, i bottegai si rifiutarono di accettare quello strano surrogato di moneta, che per di più perdeva – come in un inflazione pre-programmata – ogni anno il 12 per cento del valore. Ma il sindaco, abilmente ruppe il fronte dei commercianti, convincendone alcuni ad accettare la nuova moneta, promettendo agevolazioni a chi lo faceva. Anche i riluttanti alla fine saltarono su quel treno: del resto era praticamente il solo denaro in circolazione. Presto tutti la accettarono senza esitare, per il solo fatto che chiunque altro l’accettava. Con due sole eccezioni: l’ufficio postale e la stazione ferroviaria – istituzioni dello Stato – rifiutarono le note del lavoro e continuarono pretendere scellini.
La presenza di quella moneta deperibile, che nessuno aveva interesse ad accumulare, fece rinascere vivacemente – a livello locale – la circolazione monetaria, e dunque risorgere l’economia. La gente si affrettava a spendere quei soldi, e riprese a comprare merci (uno dei danni terribili della deflazione è che ognuno ritarda gli acquisti, perché si aspetta che i prezzi calino ulteriormente domani); ci fu chi pagò in anticipo le tasse comunali, per non dovere comprare i bolli dell’1% necessari a tenere in valore la moneta (il Comune, ovviamente, accettava le sue note in pagamento dei tributi).
Era dal 1926 che il Comune non vedeva tanti introiti. Le tasse arretrate e non pagate fino all’introduzione della moneta deperibile ammontavano a 118mila scellini, ossia al quadruplo dell’emissione di banconote del lavoro. Nel primo mese della nuova emissione, già 4542 scellini erano stati pagati. Il Comune non solo poté cominciare a far fronte ai suoi creditori, ma presto occupare parte di quei 1500 disoccupati in opere pubbliche. Furono asfaltate sette strade di Woergl per un totale di 6 chilometri; migliorate le fognature; piantati nuovi alberi nelle foreste; nel 1933 era in costruzione un trampolino da sci per i turisti (Woergl è una località alpina). Le opere pubbliche attivate dalla moneta deperibile ammontarono al triplo dell’emissione, 100 mila scellini.
Persino la sola banca del paese (filiale locale della Reifesen Bank) ne ebbe vantaggio. Qui, per tutto l’anno precedente l’introduzione della banconota deperibile, i prelievi avevano superato i depositi. Ma già nell’Agosto 1932, dopo un solo mese di vita della nuova banconota, i depositi tornarono a crescere, superando i prelievi di 6591 scellini.”
Introducendo un piccolo pezzo di carta garantito dall’istituzione locale e che acquisiva valore grazie alla fiducia che ne determinava la circolazione, il Sindaco tirolese restituì alla sua Comunità l’autonomia dallo Stato centrale, a sua volta direttamente dipendente dal sistema economico internazionale al collasso. L’esperimento della moneta deperibile era anche difficile da far comprendere ma si sa, la crisi è in grado di fare miracoli. Cosa accadde al piccolo paese tirolese?
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“Il microscopio esperimento di moneta di popolo, insomma, funzionò. Al punto che alcune città vicine, compresa Innsbruck, cominciarono a prendere in considerazione l’idea. Giornalisti, poi economisti, accorsero a visitare quella cittadina tirolese che cominciava a prosperare, unica isola nella miseria della grande depressione.
Funzionò troppo bene, il sindaco, felice, raccontò ai giornalisti quanto segue: che il 12% annuo estratto dalla bollatura delle banconote, lui, l’aveva reinvestito e speso per il bene della popolazione. E che, dato il ritmo della circolazione, ogni mese il Comune vedeva tornare nelle sue casse venti volte l’ammontare dei primi stipendi pagati con le banconote deperibili. Il 2000 per cento.
Incauta rivelazione. Forse senza nemmeno sospettarlo, Unterguggenberger rivelava due segreti vietati. L’enorme profitto che il sistema bancario estraeva dalla circolazione, e quello immenso e occulto che l’emissione monetaria regala a chi batte la moneta.
Fino a quel momento il Governo austriaco non aveva mostrato ostilità verso l’esperimento di Woergl. Fu la Banca Nazionale d’Austria – la banca privata che emette lo scellino, la moneta nazionale – a pretendere l’abolizione di quel fastidioso concorrente, quell’innocente rivelatore della frode fondamentale. A forza di legge, la moneta deperibile fu bandita nel settembre 1933, come contraria al monopolio accordato alla banca centrale.”
L’esperimento di Woergl fa subito pensare a quello nostrano di Guardiagrele, il paese della maiella abruzzese che all’inizio di questo millennio sperimentò, grazie al genio intellettivo del prof. Giacinto Auriti, il SIMEC, la moneta di popolo che in quegli anni catturò l’attenzione del Daily Express, l’Holland the Volkstra, il Tager An Zeiger, loStuttgarter Zeitung, il New York Times, il Wall Street Journal, la televisione russa, sudafricana, giapponese e quella franco-belga, nonché l’interesse dell’Università della California. Seguendo la massima del “nemo propheta in patria”, l’esperimento e l’insegnamento di Auriti non viene invece adeguatamente studiato in Italia, le “simple minds” italiche tronfie di aria e di luoghi comuni preferiscono bollarlo con la saccenza d’ordinanza come “delirio” o “esperimento fallimentare”. Questo perché i pappagalli del sistema non hanno mai compreso il segreto della moneta, che non è una merce ma il simbolo e il metro di misura del valore.
L’insegnamento più importante dell’esperimento di Woergl non è tanto quello della moneta (che è soltanto un mezzo), ma il fatto che una Comunità locale, grazie alla meritoria opera di un bravo e ispirato amministratore, abbia ritrovato fiducia in se stessa sviluppando l’energia solidale che è in grado di creare quel valore che la troika €urocratica sta distruggendo: il bene comune.
Un pezzo di carta può rimanere tale oppure trasformarsi nel simbolo della fiducia, di un patto solidale che da a tutti la possibilità di adoperarsi per la propria terra.

Twitter @francescofilini

venerdì 6 febbraio 2015

Per una nuova Vandea

Di Francesco Filini
La classica lettura della storiografia contemporanea sulle guerre di Vandea tende a liquidare la questione come una reazione clerical-monarchica alla Rivoluzione Francese. Subito dopo la presa della Bastiglia e prima ancora di aver tagliato la testa a Luigi XVI e Maria Antonietta, i rivoluzionari giacobini procedettero all’espropriazione di tutti i beni clericali che divenivano dal 2 Settembre 1789 proprietà della Nazione, pronti ad essere ceduti per rimpinguare le casse del nuovo stato nascente. Per opporsi a quest’esproprio fatto in nome del popolo e della I Repubblica Francese, clericali e nobili avrebbero – sempre secondo la storiografia progressista contemporanea – sobillato la classe proletaria contadina contro il nuovo regime rivoluzionario, per difendere i reazionari valori di Dio, Patria e Famiglia. Cittadini stolti e incapaci di comprendere l’inganno perpetrato dal vecchio potere politico in nome di valori frutto della religione, l’oppio dei popoli di cui parava Marx. Un giudizio sul popolo simile a quello che certa intellighentia dei giorni nostri tende a dare quando le elezioni vengono vinte dal “Cainano” di turno: il popolo è stolto e si fa abbindolare dalle false promesse che il Sultano di Hard-coreemana attraverso i suoi potenti mezzi mediatici, detenendo ovviamente il controllo totale sull’informazione. Solo la minoranza illuminata del Paese è in grado di vedere l’inganno, grazie alla sua “superiorità culturale” che deve essere imposta attraverso gli alfieri della verità e della Justitia. In Italia questa cultura giacobina ha trovato in Travaglio, Santoro, Floris, Ezio Mauro, Padellaro e tutti gli altri esponenti del circo mediatico capital-progressista, degli ottimi interpreti. La magistratura impegnata e illuminata ha invece eseguito con grande impegno e costanza i precetti di detta cultura, di cui ne costituisce a pieno titolo il braccio armato.
Ma torniamo alla Vandea. Dalle memorie di guerra della signora La Rochejaq
Il Santo d'Anjou
uelein, vedova del comandante dell’esercito reale, scopriamo che furono proprio i contadini a trascinare clero e nobiltà nella rivolta contro il regime rivoluzionario. Molti storici sono propensi ad attribuire il successo dei “reazionari” nelle guerre di Vandea al fatto che ad insorgere fu proprio il popolo, che spesso sceglieva i suoi comandanti tra gli stessi contadini, come fu per il generalissimo Jacques de Cathelineau, un povero venditore ambulante che guidò l’esercito cattolico e reale. La Vandea infatti fu una vera e propria guerra di popolo a cui aderirono nobiltà e clero, spinti soprattutto dall’interesse di riconquistare i beni che i giacobini gli avevano sottratto.

Ma cos’è che spinse i contadini della Vandea ad insorgere? Ezra Pound diceva:non vedo nessuno se non è un cretino che oggi possa pensare di conoscere la storia senza capire l’economia. Proviamo quindi a gettare uno sguardo sulla situazione economica dell’epoca, cercando di vedere come cambiò l’economia francese dopo la rivoluzione. Abbiamo detto all’inizio che il primo provvedimento giacobino fu la confisca dei bene del clero, il secondo fu emettere attraverso il Tesoro dei titoli di prestito: gli assegnati. 

Gli assegnati nascono inizialmente come biglietti di stato “pagabili a vista al portatore” con i quali si potevano acquistare i beni di stato confiscati al clero. Così facendo lo Stato giacobino riusciva a incassare moneta sonante dando indietro dei titoli di carta che rappresentavano la promessa di cedere beni di stato. Con questo meccanismo lo Stato rastrellava attraverso la Banca economie prima ancora di vendere, producendo semplicemente un pezzo di carta. Anne-Pierre de Montesquiou-Fézensac, deputato dell’Assemblea costituente francese dichiarò, parlando degli assegnati, che erano «il più costoso e disastroso dei prestiti». L’anno successivo alla prima emissione, gli assegnati diventarono essi stessi una moneta, esattamente come la sterlina inglese. Gli assegnati da titoli del tesoro divennero moneta di Banca non più di proprietà del portatore (come lo erano state fino al 1789 le sonanti monete romane) ma pagabile a vista al portatore: una moneta nominale, una moneta debito. Il prof. Francesco Lemmi, ordinario di Storia Moderna all’Università di Torino, affermò che la prima causa della Vandea fu la pesante pressione fiscale che il regime giacobino esercitò a seguito dell’emissione degli assegnati. I contadini della Vandea si ribellarono e insorsero contro la truffa giacobina che li aveva trasformati da proprietari a debitori della propria moneta attraverso l’esercizio del prelievo fiscale. L’assegnato fece una brutta fine: fu stampato senza controllo causando inflazione e aumento della pressione fiscale, fu ritirato nel 1797. Per un breve periodo si tornò alla moneta sonante, nel 1800 l’esperimento delle banconote nominali fu ripreso con la costituzione della Banca Centrale Francese, per opera di Napoleone.

La rivolta vandeana è una rivolta contro il liberismo economico di matrice giacobina: al grido di libertè, egalitè, fraternitè il regime giacobino aveva imposto la propria moneta-debito (durante il Terrore giacobino la non accettazione dell’assegnato comportava la pena di morte!) impoverendo il popolo con l’imposizione fiscale e rastrellando quella ‘buona’ di proprietà d

el portatore: un simbolo econometrico effettivamente rappresentante il valore del lavoro contadino che lasciava poco spazio alla speculazione.
La crisi dell’assegnato fu accelerata infatti dall’enorme speculazione dei mercati e dall’immissione ad opera della nemica Inghilterra di un enorme quantitativo di assegnati falsi (foto a destra). La Vandea segnò l’inizio delle battaglie del sangue contro l’oro.

Le condizioni politico-economiche attuali necessitano una nuova Vandea, un’insorgenza popolare fatta con i mezzi che lo Stato di diritto permette di utilizzare. Le banche che hanno decapitato la politica italiana ed europea e dopo aver imposto da secoli la moneta-debito, oggi si accingono a riscuotere inviando i loro esattori a liquidare gli stati. Quest’articolo viene scritto il giorno prima della manovra del neopresidente del Consiglio Monti, un uomo espressione diretta del mondo finanziario globale: l’esattore inviato dall’usuraio a prelevare la ricchezza del popolo attraverso tasse e svendita di beni pubblici e magari un domani anche alla sdemanializzazione. Parole come“crescita”, “sacrifici” e “spread” hanno sostituito l’ideologico motto giacobino libertè, egalitè, fraternitè e il governo delle banche ce li ripete di continuo utilizzando tutti i mezzi di cui dispone: vogliono convincerci che l’uomo e la sua esistenza sono esclusivamente riconducibili ai dettami dell’ideologia del terzo millennio: l’usura scambiata per libertà.
La nuova Vandea dev’essere una Vandea d’Europa che si ponga l’obiettivo principale di recuperare quella sovranità monetaria (e quindi anche quella politica) perduta nel 1694 con la creazione della Banca Centrale d’Inghilterra. Un’insorgenza che deve passare esclusivamente per una salda presa di coscienza da parte del popolo del sistema bancario della creazione del debito pubblico.
I contadini dell’epoca trascinarono clero e nobiltà a difendere i la propria terra e i loro valori, oggi l’unica vera rivoluzione che possiamo fare è recuperare quel senso d’appartenenza, quei valori e quell’indomito sentimento di libertà che nella storia ha nobilitato ed elevato l’essere umano. E’ il preludio della nuova Vandea Europea.

venerdì 21 novembre 2014

Il parlamento inglese dibatte sulla creazione monetaria da parte delle banche commerciali (credito). BBC English version (video)



Il parlamento inglese dibatte sulla creazione monetaria da parte delle banche commerciali (credito). BBC English version 


Ieri mattina al parlamento inglese si è parlato della creazione monetaria attraverso il credito da parte delle banche commerciali. Il dibattito è stato molto lungo ed ha portato in evidenza quello che la scuola auritiana dice oramai da molto tempo, e ha ribadito con il mio intervento a Montegranaro. Le banche commerciali creano il 97% del denaro attraverso il credito.
Purtroppo nel dibattito non sono emerse alcune evidenze proposte dal compianto professor Auriti molto tempo fa. Non si è messo l'accento sul fatto che questa creazione rappresenta un debito fondamentale per la società e che in questo modo il sistema bancario si attribuisce la proprietà giuridica del denaro. Il discorso si è comunque spostato molto velocemente su argomenti interessanti, più che altro concernenti l'opportunità di lasciare alle banche il potere di creare denaro in considerazione dell'utilizzo che queste ne hanno fatto in questi decenni, creando in particolare bolle speculative e crisi economiche. Qualche accenno è stato fatto anche sugli alti profitti derivati dalla creazione del credito, mentre nella sua risposta il governo ha replicato con alcune proposte di riforma per un maggiore controllo sulla destinazione del credito, senza però mettere in discussione il sistema.
Nel dibattito di ieri sono emerse tutti i limiti della riforma monetaria promossa da Positive Money, che seppur fondata su un'attenta ricerca sui meccanismi di creazione monetaria, non riesce ad uscire da una visione puramente economista e ragionieristica, lasciando così spazio alle classiche obbiezioni sull'opportunità da parte dei governi di controllare questa creazione.
Come auritiani sappiamo bene invece che non solo il governo dovrebbe controllare l'emissione monetaria, ma che questa, essendo di proprietà dei propri cittadini, deve legalmente appartenere al portatore. Non è questione di “opportunità”, ma di giurisprudenza, essendo la moneta una fattispecie giuridica. La moneta e l'economia sono fenomeni sociali da regolare con la legge convenzionale e finché non si affronterà la questione giuridica i cittadini non potranno mai godere della loro proprietà, così come l'economia non potrà essere veramente libera fintanto che dovrà utilizzare un debito per scambiare le proprie produzioni.
Nel novembre dello scorso anno incontrai Ben Dyson per congratularmi per il suo ottimo lavoro ma anche per evidenziare il passo successivo, quello filosofico e giuridico compiuto già da Auriti, per rendere la sua proposta realmente inattaccabile. Diamo tempo a Positive Money, specialmente in considerazione dell'articolo di qualche anno fa pubblicato sul The Guardian a firma proprio di Ben Dyson in cui si titolava “Il denaro è stato privatizzato con l'inganno”.
L'atto di privatizzare è esclusivamente giuridico, determinato da una volontà politica oggi assente nelle proposte di riforma anglosassoni per una mancata conoscenza della teoria del valore auritiana.
Ieri si è compiuto un piccolo ma storico passo nel parlamento inglese, sperando che prima o poi quel titolo “Il denaro è stato privatizzato con l'inganno” diventi tema di ricerca anche per gli amici inglesi di Positive Money.


Daniele Pace, autore de La Moneta dell'Utopia e Dialoghi con Auriti

giovedì 30 ottobre 2014

Perchè diffidare delle soluzioni degli economisti

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 L'ostacolo di fronte al quale tutti i monetaristi si sono trovati si basa sull'errore iniziale di non aver definito la moneta come fattispecie giuridica e lo stesso diritto come strumento, come espressione, cioè, di un valore proprio, diverso da quello del bene oggetto del diritto.
Su questo equivoco iniziale si è preteso di giustificare il valore monetario sulla base della riserva, confondendo e spacciando sotto la parvenza di valore creditizio il valore indotto;ossia configurando la moneta stessa, non come misura del valore (e quindi valore della misura, quale è), ma come titolo di credito rappresentativo della riserva.
E’ gran tempo ormai che si esca definitivamente dall'equivoco di spacciare sotto la parvenza di valore creditizio il valore monetario. Per comprendere le differenze fondamentali tra moneta e credito basta muovere dalle seguenti considerazioni:
1) il credito si estingue col pagamento, la moneta continua a circolare dopo ogni transazione, perchè, come ogni unità di misura, è un bene ad utilità ripetuta;
2) nel credito, come in ogni fattispecie giuridica, prima si vuole il precetto normativo e poi lo si manifesta; nella moneta, prima si crea la manifestazione formale, cioè i simboli monetari e poi le si attribuisce il valore all'atto dell'emissione. Chi crea il valore della moneta non è infatti chi la emette, ma chi l'accetta. Come nell'induzione fisica nasce l'energia elettrica con la rotazione degli elettrodi, così  nell'induzione giuridica nasce il valore monetario all'atto dell'emissione, cioè quando inizia la fase dinamica della circolazione della moneta;
3) il valore del credito è causato dalla promessa del debitore, come avviene nella cambiale in cui l'emittente è il debitore. Il valore della moneta è causato dall'accettazione del primo prenditore perchè egli sa, come membro della collettività nazionale,che gli sarà accettata da tutti i partecipi della convenzione monetaria, cioè dalla collettività che crea appunto per questo il valore indotto della moneta;
4) il valore del credito è sottoposto al rischio dell'inadempimento. Il valore monetario è attuale e certo perchè, per l'induzione giuridica, la moneta, pur essendo un bene immateriale, è un bene reale oggetto di diritto di proprietà. Poichè il valore del titolo di credito è causato dalla promessa del debitore, sottoscrivendo il titolo monetario sotto la parvenza di una falsa cambiale, il Governatore della Banca centrale induce la collettività nel falso convincimento che sia lui stesso a creare il valore monetario. In tal modo la Banca centrale, non solo espropria ed indebita la collettività nazionale del suo denaro, ma pone le premesse,come vedremo, per usurpare, tramite la sovranità monetaria, la stessa sovranità politica.
Nella relazione al disegno di legge sul conto intrattenuto dal Tesoro presso la Banca d'Italia varata dal Consiglio dei Ministri il 10 febbraio 1993 (atto Senato n. 1089 dell'XI legislatura), è contenuta una preziosa dichiarazione, rara per la sua brevità e per il suo contenuto di verità scandalosa.
«La ratio di queste disposizioni» ( recita la relazione ) «è evidente: garantire la piena indipendenza delle Banche centrali e della Banca centrale europea nella gestione della politica monetaria... In conseguenza non si consente agli esecutivi degli Stati firmatari del trattato di esercitare signoraggio in senso stretto: ovvero di appropriarsi di risorse attraverso l'emissione di quella forma di debito inesigibile che è la moneta inconvertibile a corso legale».
Dunque:
1) esistono delle risorse che non sono di chi se ne appropria, altrimenti sarebbe impossibile
appropriarsene;
2) normalmente non dovrebbe essere consentito a nessuno di «appropriarsi» di risorse altrui e non solamente agli «esecutivi degli Stati firmatari del trattato», mentre invece ciò deve essere consentito solamente alle Banche centrali ed alla Banca centrale europea (che avrebbero così per legge la «licenza di rubare»);
3) l'oggetto del furto dovrebbe consistere in un «debito inesigibile», ossia nelle «false cambiali» delle banconote («lire mille pagabili a vista al portatore». f.to il Governatore della Banca d'Italia) che, come tali, non dovrebbero avere alcun valore. Il valore di un debito è infatti causato dalla sua esigibilità. Ed altro è dire che è inesigibile perché il debitore non «può» pagare, altro è dire (come nel nostro caso ) che è inesigibile perché il debitore (cioe la Banca centrale) ha per legge la garanzia di non pagare. Se fosse vera questa tesi, siccome il debito inesigibile è uno strumento inutile, le Banche centrali non ruberebbero nulla.
Ma se questa tesi fosse vera, per noi dovrebbe essere indifferente avere denaro in tasca o non averlo. Quando poi si conclude con definire il «debito inesigibile» come «moneta inconvertibile» di «corso legale», si esclude che possa essere «debito». La moneta infatti, come bene reale, può essere oggetto di debito (e di credito), non «debito» essa stessa.
Una volta dimostrato che la moneta ha valore indotto causato dalla convenzione sociale, approfittando della circostanza che l'emissione della cambiale è prerogativa del debitore,le Banche centrali apparendo come debitori di false cambiali, si sono arrogate il potere di «esercitare signoraggio» per «appropriarsi di risorse» monetarie, ossia del valore indotto creato dalle collettività nazionali con il risultato di espropriare ed indebitare le collettività nazionali del loro denaro, senza contropartita. E’ questa la «grande usura» intuita da Pound.
Per dare ordine a questo sistema monetario, assurdamente ingiusto ed antisociale, si impone la necessità di colmare, mediante interpretazione autentica, la grave lacuna legislativa denunciata, definendo proprietaria della moneta la collettività dei cittadini. Va con l'occasione messo in rilievo che la legge proposta non tocca minimamente l'autonomia della Banca centrale, perchè è fin troppo evidente che l'autonomia attiene alle competenze funzionali ed al patrimonio costituito dagli edifici e dalle strutture aziendali dell'Istituto; ma la proprietà della moneta è del tutto estranea: per quanto sopra dimostrato essa è dei cittadini e non della Banca Centrale

Giacinto Auriti - 1995
Fonte: http://www.giacintoauriti.eu/notizie/78-perch%C3%A8-diffidare-delle-soluzioni-degli-economisti.html